Gay & Bisex
9. Ale e la prima volta
23.01.2026 |
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"Ale mi tiene le natiche spalancate con le mani grandi, le dita che affondano nella carne e mi tengono aperto, esposto, mentre il bruciore si trasforma in un formicolio umido e indecente..."
La mattina dopo mi alzo tardi e nonostante sia solo in boxer, sono leggermente sudato dal caldo. Me li tolgo, li appallottolo insieme alle lenzuola spiegazzate e li lancio in un angolo della stanza, vicino all'altra roba sporca in attesa della lavatrice.Sulla pelle c’è ancora lo sperma secco della notte che tira quando mi muovo. Mi passo una mano sul ventre e sento la crosta leggera che si sbriciola sotto le dita.
Mi avvolgo l’asciugamano intorno alla vita, lo annodo grossolanamente sui fianchi. Passo davanti alla porta di Luca socchiusa, ma vado avanti verso il bagno. Gli altri dormono ancora tutti.
La giornata scorre lenta, con Luca e gli altri ceniamo poi insieme. I nostri sguardi si incrociano complici, non mi evita ma non ne parliamo. Almeno non subito.
Le giornate passano poi tranquille sui libri e qualche corso residuo prima della pausa estiva.
La mia eccitazione pero' non mi da tregua, risale piano, come una marea e perdo presto il controllo di nuovo.
Una sera, solo in camera, afferro il telefono. Apro la chat con Alessandro. Lo schermo illuminato mi fissa per un minuto buono. Il cuore mi batte già più forte nelle orecchie. Digito senza pensarci troppo, le dita che tremano appena: “Ci sei?”
Invio. So che sto ricadendo nella spirale, ma non riesco a fermarmi.
Guardo lo schermo per un tempo che sembra infinito. Aspetto a lungo mentre una delusione amara mi sale in gola, mista a una specie di sollievo colpevole. Alla fine poso il telefono sul comodino con un gesto secco. Mi rimetto a leggere, le righe del libro che scorrono senza capirle davvero. Le parole si sovrappongono al pensiero di Alessandro, al fatto che non mi darà quello sfogo veloce che cercavo.
Scrivo un po’ con la mia ragazza. Messaggi vuoti: com’è andata la giornata, un “mi manchi” buttato lì per abitudine più che per voglia vera. Lei risponde con i suoi cuoricini, le vocine carine, e per un attimo mi distrae. Mi fa sentire normale.
Poi, all’improvviso, il telefono vibra di nuovo. Non è lei.
È Alessandro: “Ci sei allora? Di nuovo voglioso?”
Le parole mi colpiscono dritte allo stomaco. Il cuore riparte di corsa. Luca e' via stasera, con un’amica, mi sento meno in colpa. Perché poi dovrei?
“Sì. Molto”. Invio.
Breve pausa, ma stavolta la risposta arriva subito.
Alessandro: “Se ti va sul serio, passa di qua. Però non fare troppo tardi, domani lavoriamo tutti e tre”
Digito subito: “Indirizzo?”
Metto su i primi vestiti che mi capitano, le chiavi in tasca.
Quindici minuti dopo sono sotto casa di Daniele. Citofono. Il portone si apre con un ronzio.
Salgo le scale due alla volta. La porta è socchiusa, luci basse, musica bassa. Entro.
Alessandro mi vede per primo, sorride storto, birra in mano.
“Bravo. Hai fatto in fretta.”
Daniele e Pier sul divano, girati di spalle, non reagiscono al mio arrivo.
Chiudo la porta dietro di me.
Alessandro sulla porta, mi sembra quasi più alto del solito, spalle larghe, capelli un po’ spettinati. Indossa solo una maglietta nera non attillata ma che segna il petto muscoloso.
Mi guida dritto lungo il corridoio, il braccio ancora attorno al mio collo, il suo odore di bagnoschiuma che mi arriva forte.
Entriamo in una camera da letto. Non è da single: letto matrimoniale grande, lenzuola grigie stropicciate, due comodini diversi. Sullo specchio dell’armadio a muro attaccate foto polaroid: una ragazza mora abbracciata a Daniele, sorrisi, baci. Lei non c’è, ovviamente. L’aria sa di profumo femminile leggero, vaniglia e muschio.
Sul letto è steso un grande asciugamano bianco, la luce soffusa viene da una lampada da comodino con paralume arancione. Alessandro mi lascia andare, si piazza davanti a me, mani sui fianchi.
«Spogliati» dice piano, tono che non ammette repliche.
Mi tremano le mani mentre mi tolgo la felpa, la maglietta, i jeans. Rimango in boxer. Il cazzo è già mezzo duro.
Afferra una striscia di stoffa nera e me la passa sugli occhi senza chiedere. Stringe il nodo dietro la testa, deciso ma non brutale. Il buio mi avvolge, il cuore che martella nelle orecchie. Non mi oppongo. Mi spinge piano sul letto, mi fa stendere supino sull’asciugamano, l’asciugamano leggermente ruvido contro la schiena.
Sento il materasso che si piega quando si siede accanto a me. Le sue mani grandi mi sfiorano i fianchi, tirano giù i boxer con un gesto secco. Il cazzo schizza fuori, duro ora quasi del tutto, punta verso l’ombelico.
Poi percepisco qualcos’altro: stoffa morbida, elastica, che mi scivola sulle cosce. Non sono i miei boxer. È piccolo, strettissimo, il tessuto liscio e setoso che mi sfiora la pelle in modo diverso, quasi carezzevole. Me lo tira su piano, lo sistema sui testicoli, lo fa passare sotto il culo. È un perizoma, lo capisco dal filo che si infila tra le natiche, dal tessuto che davanti stringe e a malapena contiene la base del cazzo. La stoffa tira, sento il bordo che mi stringe e divide le palle.
«Brava» mormora. «Ti sta benissimo.»
Sento il materasso che si piega di nuovo quando Alessandro si sposta. Il buio della benda mi isola da tutto tranne dal tatto e dal suono del suo respiro sopra di me.
Le sue mani grandi mi afferrano le cosce, le allargano piano ma decise. Il perizoma tira forte tra le natiche, il filo che scava nella carne. Poi arriva il freddo improvviso: una goccia abbondante di qualcosa di gelatinoso mi cola dritta sul buco, scivola lenta lungo la piega. Lubrificante, freddo all’inizio, poi subito caldo quando il suo dito lo spalma.
Io mi irrigidisco per un secondo, ma il corpo tradisce: il culo si contrae e poi si rilassa da solo, come se lo invitasse.
Un altro schizzo di lubrificante, più generoso stavolta. Lo sento colare tra le chiappe.
Aggiunge un secondo dito. La pressione aumenta, il bruciore iniziale si mescola al piacere. Mi allarga con calma per un paio di minuti.
Alessandro si ferma poi di colpo. Ritira le dita con un suono bagnato. Non dice una parola, ma sento il materasso alleggerirsi, i suoi passi pesanti sul pavimento, la porta che si apre.
Resto lì, bendato, steso sull’asciugamano. Non mi muovo. Non oso.
Poi percepisco di nuovo una presenza. Passi diversi: più leggeri. Sento il rumore inequivocabile di una cintura di pelle che viene slacciata, il tintinnio della fibbia, il lampo della zip di un jeans che scende. L’aria cambia: manca l’odore fresco di bagnoschiuma che aveva Alessandro, sostituito da qualcosa di più crudo. Non è lui.
Chiunque sia si ferma ai piedi del letto. Sento il fruscio dei jeans che cadono a terra, poi il materasso che si piega sotto un peso nuovo. Mani, più ruvide di quelle di Alessandro, mi afferrano le cosce e le allargano di nuovo senza troppi complimenti. Il filo del perizoma viene tirato di lato con un gesto secco, scivola via dal buco.
Un respiro pesante sopra di me. Poi una cappella calda, spessa, che preme. Non c’è preliminare, non c’è attesa. Spinge dentro con un colpo deciso, lento ma inesorabile, riempiendomi fino alla base in un’unica spinta lunga. Gemo forte, la schiena che si inarca dall’asciugamano.
Chi è non parla. Solo respira rauco, grugnisce piano mentre inizia a muoversi: affondi profondi, ritmati, le palle che sbattono contro le mie a ogni spinta. Le mani mi tengono fermo per i fianchi. Il letto cigola piano sotto di noi.
Non so se è Daniele o Pier.
Mentre mi scopa, sento altre presenze entrare nella stanza. Un secondo dopo un altro corpo si appoggia pesante sul mio fianco destro. Mi afferra i capelli, mi tira la testa verso di lui e senza dire niente me lo spinge dritto in bocca.
Non vedo niente, la benda è ancora stretta sugli occhi.
So solo che non è Alessandro neanche questo.
Quello che mi sta scopando geme sempre più forte, accelera, poi si irrigidisce e viene con un rantolo strozzato. Si sfila lentamente, lo sento scivolare via, poi il rumore secco del preservativo che viene tolto e subito dopo me lo lancia sul petto ancora caldo e bagnato.
Quello che mi stava scopando in bocca si sposta subito.
Prende il suo posto tra le mie gambe, strappa la confezione di un preservativo e me lo spinge sul buco.
Spinge deciso, fino in fondo, è lungo ma il mio buco è già abituato alla larghezza e lo lascia entrare senza troppa resistenza. Le pareti già irritate e gonfie bruciano ad ogni movimento.
Ogni volta che si ritira il bruciore si placa per un istante, diventa un calore pulsante e umido, quasi sopportabile… ma quando rientra, sfrega contro la carne sensibilissima e infiammata, e il fuoco torna più forte, propagandosi fino alla schiena.
Alla fine si irrigidisce tutto, affonda fino alla radice con un ultimo colpo brutale, e viene con un gemito gutturale.
Silenzio.
Solo qualche respiro pesante, il materasso che cigola appena sotto i loro corpi in movimento attorno a me.
Poi un terzo peso si sistema tra le mie cosce.
Mi gira di colpo, mi fa mettere a pecora. Mi allarga le ginocchia con le mani, mi espone completamente.
Il mio buco è già aperto, gonfio e bruciante.
Sento una cappella grossa premere, poi scivolare dentro deciso. Il cazzo è ancora più largo mi tende il buco con il suo diametro. Cola altro lubrificante freddo lungo la fessura mentre lo spinge più a fondo.
Mi afferra i capelli con una mano, tira indietro la testa e mi scopa così, tenendomi inarcato. A quel punto sento il suo odore di bagnoschiuma e ho la certezza, che adesso sia lui. Alessandro. Mi sta scopando per la prima volta.
Il mio cazzo è durissimo, le mia palle dondolano ad ogni spinta.
Arriva fino in fondo e mi lascia andare i capelli. Mi allarga le gambe, mi tira per il perizoma verso di se. Sento i suoi muscoli colpirmi le cosce.
Mentre davanti a me, di nuovo, due cazzi, grossi ma non duri, già soddisfatti.
Mi spostano la testa a destra e a sinistra, me li strusciano sulle guance, sul naso, sulle labbra, me li premono sulla faccia.
Odore forte di lattice, lubrificante, sudore e maschio eccitato. Tornano duri.
Ale mi tiene le natiche spalancate con le mani grandi, le dita che affondano nella carne e mi tengono aperto, esposto, mentre il bruciore si trasforma in un formicolio umido e indecente.
Uno dei due davanti ride piano, mi schiaffeggia la guancia con il cazzo.
L’altro me lo strofina sul naso, sul mento, lasciando strisce viscose.
Provo ad aprire la bocca per respirare e me lo infilano dentro, spingendo fino in gola finché non tossisco e lacrimo sotto la benda.
Quello dietro rallenta ancora di più, quasi si ferma a ogni affondo per farmi sentire il suo cazzo larghissimo che mi apre in due con una lentezza crudele.
È durissimo, gonfio al punto che mi sembra di percepire le sue vene pulsanti.
Poi viene. Si irrigidisce di colpo, il cazzo si gonfia ancora di più dentro di me, inizia a contrarsi: pulsazioni forti, ritmiche.
Sento ogni spasmo. Uno, due, tre, quattro profondi, violenti contro la carne martoriata.
Lui resta piantato lì, ancora duro, il cazzo che pulsa sempre più piano.
Io allungo la mano verso il mio cazzo, disperato di sfogarmi, ma mi bloccano il polso ridendo.
Uno mi sbatte le palle sudate e pesanti sulla guancia: odore fortissimo di sudore, peli umidi, palle bagnate, un sapore salmastro e amaro quando me le premono sulle labbra socchiuse.
Il mio cazzo pulsa inutilmente nell’aria, mentre il culo resta impalato.
Davanti a me i due non si fermano. Il rumore delle mani che scorrono scivolose sui cazzi.
Sento le loro palle pesanti che sbattono contro il mento mentre si masturbano, peli pubici che mi graffiano la pelle..
Poi accelerano. Uno per prima mi infila la cappella tra le labbra proprio mentre schizza.
Sborra calda, densa, un getto forte che mi arriva in gola, poi un altro che mi colpisce la guancia, il naso, cola giù sul mento.
L’altro viene subito dopo, si sega contro la fronte, poi altri getti caldi che mi bagnano le guance, le labbra aperte.
Sento i loro cazzi pulsare ancora contro la mia pelle mentre finiscono di spremersi, strusciando gli ultimi schizzi sulla mia pelle, lasciandomi la faccia coperta di sperma caldo che cola.
Li sento alzarsi e Io resto lì per qualche istante.
È duro, appuntito, forse un pennarello, non lo so, ma si muove lento, deciso, tracciando linee sulla mia pelle già arrossata e infiammata. Ogni tratto graffia leggermente la carne sensibile. Percepisco formarsi delle lettere.
Poi mani forti mi afferrano per i fianchi e mi rigirano di colpo sulla schiena.
Qualcuno si china su di me, dita afferrano maldestre la benda annodata dietro la mia nuca tirandomi i capelli.
La luce fioca della stanza mi acceca per un secondo.
Sbatto le palpebre, lacrimo, e li vedo: tutti e tre lì in piedi, nudi o quasi, che si rivestono.
Alessandro è al centro, cazzo ancora mezzo duro che pende mentre si infila le mutande.
Daniele si pulisce il cazzo dagli umori proprio sui miei pantaloni presi da terra, strofinandosi l'inguine, poi se lo rimette nei boxer a riposo.
Pier ride sottovoce mentre si allaccia la cintura, il suo cazzo flaccido che dondola ancora umido.
Alessandro si china su di me, raccoglie i miei boxer dal pavimento, quelli che mi aveva tolto all’inizio e me li sventola davanti alla faccia.
“Questi non ti servono più, vero?” dice sbeffardo, con quel sorriso da stronzo che conosco fin troppo bene.
Li appallottola e li lancia in un angolo della stanza come stracci vecchi.
“Il perizoma tienilo addosso, ti dona.”
Mi aiuta ad rialzarmi, o meglio, mi tira su come un pupazzo e mi fa rivestire.
I pantaloni leggeri sfregano contro il perizoma bagnato e appiccicoso, il tessuto che entra nel buco ancora aperto e bruciante. La maglietta si appiccica al petto sporco di sborra secca e sudore.
Pier e Daniele iniziano a sistemare il casino in camera.
Alessandro mi prende per un braccio, e mi accompagna alla porta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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